Ricordo di Padre Teo

La vocazione francescana di fra Teotimo nasce dal nome datogli di “Albino”, e dai Cappuccini che avevano un loro Convento proprio nel paese di Albino, dove lui era nato.
Papà GianBattista lavorava in Francia e tornava a casa per l’inverno. Teotimo cresce in paese, dove frequenta le elementari; terminate le scuole a dodici-quattordici anni inizia a lavorare in una panetteria di amici che abitavano nella stessa corte. Lavoro duro, estate e inverno, avanti e indietro al freddo o al caldo, sette giorni su sette.
In quel periodo inizia a sentire dentro di sé una realtà nuova, non cercata: si metteva a pregare mentre portava il pane con la bicicletta, spontaneamente. Da li è nata la sua vocazione e il desiderio di entrare in convento, senza che nessuno lo indirizzasse in maniera particolare.
Certamente avranno influito l’insegnamento dei genitori e la fede che si viveva in famiglia, con le tre sorelle e il fratello più piccolo, Antonio.
Nel 1938 entra nel seminario di Albino: il 4 ottobre, giorno di San Francesco indossa il piccolo abito francescano senza cappuccio, i sandaletti sui piedi scalzi. Lo tiene, giorno e notte, fino al giorno dell’Ordinazione sacerdotale, dopo aver frequentato le medie ad Albino, il ginnasio a Varese, e infine il noviziato. Frequenta poi la prima teologia a Bergamo e completa gli studi a Milano, nel convento di piazzale Velasquez. Il 22 dicembre del 1951 viene ordinato presbitero dal Cardinal Ildefonso Schuster, oggi Beato.


Pochi mesi dopo l’ordinazione fra Teotimo viene inviato come missionario in Eritrea con altri cinque confratelli. Arriva in Eritrea nell’agosto del 1952 per rimanerci fino al 1971, precisamente nella missione dei Cappuccini di Asmara, come assistente prima, insegnante poi e, per ultimo, rettore nel collegio dei frati frequentato da tanti ragazzi: novanta meticci, figli e nipoti degli italiani andati nel corno d’Africa durante il periodo coloniale e poi rimpatriati, lasciando due generazioni senza riconoscimento di paternità.
Insegna poi Teologia e Sacra Scrittura nello Studentato Teologico al “San Francesco” presso Gaggiret e fa il maestro di religione nelle scuole italiane eritree; per un periodo è anche parroco in cattedrale.
Ad Asmara comincia a tradurre il Corano in italiano; poi, leggendo il prologo del Vangelo di Giovanni, rimane colpito dal “logos che si fa carne come noi, per amore”, e abbandona la traduzione: approfondisce così la verità di Dio Padre che in Gesù Cristo si è rivelato amore gratuito e incondizionato per gli uomini.
Dopo aver trascorso l’ultimo anno a Massaua, sempre in Eritrea, nel 1971 fra Teotimo ritorna in Italia e per due anni, da 1972 al 1974, rimane alla Garbatella nella casa dei Missionari, a Roma.
Nel 1974 ritorna in Africa, ma questa volta a Djibuti, uno Stato dell’Africa orientale posto all’estremità meridionale del Mar Rosso, presso lo stretto di Bab el-Mandeb dove con i frati del posto segue la comunità italiana nelle varie funzioni religiose e nella vita comunitaria. Lì rimane fino al 1975; successivamente rientra per un anno a Milano per studiare e approfondire la lingua e la cultura araba perché nel 1976 viene mandato in Arabia Saudita come missionario per tre anni. E’ in questo periodo che vive l’esperienza più difficile. I sacerdoti cattolici non potevano assolutamente entrarvi, era proibito; venivano arrestati e messi in prigione. Più volte rischia di essere arrestato. Entra ufficialmente in Arabia Saudita come tecnico sponsorizzato dagli ingegneri americani e gira rigorosamente in borghese.


Celebra le S. Messe in diversi luoghi: anche in Abu Dhabi, Bahrein, Oman, in edifici che esternamente sembravano abitazioni, ma che all’interno hanno sale comunitarie, utilizzate per celebrare la S. Messa e le varie funzioni religiose per i pochi cristiani. Il venerdì, giorno festivo per i musulmani, arriva a celebrare anche sei Messe: tre la mattina in inglese per la maggioranza degli americani, poi nel pomeriggio per i francesi, gli spagnoli e gli italiani.
La paura è costante: è pericoloso e proibito farsi trovare con oggetti religiosi, particole o alcolici, compreso il vino per la Messa, che quindi si produce da solo, con una base limpida non fermentata che arriva dalla Svizzera in cui fa fermentare un grappolo d’uva secca!
Dopo questa esperienza, fra Teotimo rientra in Italia; viene assegnato alla parrocchia del popoloso Quartiere Tiburtino III° a Roma, nella parrocchia di S. Maria del Soccorso; lì rimane per sette anni, dal 1979 al 1986. Il quartiere è povero e la partecipazione della gente è limitata, però l’animazione in parrocchia è assicurata dagli aderenti al Cammino Neo-catecumenale.
Dopo due anni viene mandato nel convento di Crema; poi è parroco nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Brescia, dal 1988 al 1997. Torna a Milano, nel Convento di viale Piave e infine, nel 2003, arriva a Como, dove rimane fino al 2021, prima dell’ultimo trasferimento nella fraternità di Bergamo.
Ha detto fra’ Teotimo: “Praticamente la mia vita l’ho trascorsa in parrocchia, termine greco ‘paroikìa‘ che vuol dire: ‘presso la casa, casa non tua’, quindi sei pellegrino”. E continua: “Sono stato arricchito in tutti i posti in cui sono stato, anche se ho avuto delle croci. Praticamente ho passato ottanta anni tra i frati, ma sono contento di essere frate.”
(liberamente tratto da Laudato si’ mi’ Signore di G. Mazzoleni e E. Arrigoni/Centro Studi Valle Imagna/Persone e pensieri n. 56)


Fra Teotimo era capace di parlare per ore, e ascoltarlo era una grande gioia e una ricchezza; si percepiva una solida preparazione culturale (parlava quattro lingue moderne, spaziando anche nel latino e nel greco), ed una rara profondità teologica, uniti a una conoscenza dell’uomo e delle storie degli uomini.

Per anni, qui a san Giuseppe, l’abbiamo visto sfrecciare sulla sua bicicletta con la tonaca al vento (o spingendola in salita per arrivare alle zone più in collina) per raggiungere gli ammalati, “i suoi clienti”, a cui portava la compagnia del Gesù eucarestia e il conforto delle sue parole schiette, sincere e dirette.
Aveva ricordi ed esperienze da raccontare, di popoli, di culture diverse, con le loro ricchezze e varietà di usi e costumi ad anche con i loro limiti e le loro contraddizioni. Esempi e racconti che arricchivano le sue prediche, che spaziavano dalla Genesi all’amato san Giovanni e all’Apocalisse, condensando in pochi minuti concetti profondi , resi vivi per gli uomini e per una comunità che vivono nell’oggi. E quando negli ultimi tempi a Como non si muoveva più molto (in fondo aveva già passato i novant’anni) era facile trovarlo in chiesa, sempre con un libro in mano, pieno di appunti per leggere, studiare, pregare, approfondire, pronto ad appoggiarlo per ascoltare chi gli si avvicinava.

Quando questa mattina la voce del suo ritorno alla Casa del Padre (l’ultima “parrocchia” del suo pellegrinaggio) si è diffusa, sui social si sono subito moltiplicati i commenti, ma soprattutto il ricordo degli episodi che tratteggiano la sua figura e quanto ha rappresentato per ciascuno di noi: è stato una guida, un maestro, un catalizzatore amato da tutte le età perché mostrava di sentire e vivere intensamente quello che diceva, insegnando a comprendere il Vangelo con le sue omelie e a seguire Dio nella vita di tutti i giorni, stando nel mondo.

Con gratitudine e commozione affidiamo al Signore Padre Teo, che per tanti anni ha condiviso il cammino della nostra comunità parrocchiale. Lo ricordiamo con affetto per il suo ministero, la sua presenza e il bene seminato tra noi. Che la sua benedizione ci accompagni sempre.

Per rivedere le “benedizioni di padre Teo” nei giorni del Covid QUI